Sentenza shock in Irlanda: stupratore assolto perché la vittima ha cantato “Si la do”

Qualche giorno fa una pagina Facebook a cui qualcuno, eoni fa, mi aveva consigliato di mettere “mi piace”, aveva pubblicato il seguente post:

In Irlanda, un uomo accusato di stupro su una ragazza di 17 anni è stato assolto, la motivazione del giudice, in sintesi, è stata “Perché lei indossava un #tanga di pizzo”.

“Nei processi per stupro viene chiesto puntualmente cosa indossava la vittima, se aveva bevuto, se gridava durante l’atto. Servono riforme e direttive più chiare affinché questi stereotipi in futuro rimangano fuori dall’aula.”
[Noeline Blackwell_pres. Centro Antiviolenza Dublino]

#ThisIsNotConsent

Post_20181119_1_cens_xCIO

Ovviamente le fonti non sono citate, e la gente commenta (“Meritiamo l’estinzione.“) sulla base delle informazioni errate fornite dall’autore – che neanche si firma (ma la sua identità è facilmente ricavabile dai dati relativi alla pagina).
(E’ altrettanto ovvio che in seguito a un mio commento chiarificatore sono stato prontamente “bannato”, senza che l’autore abbia poi corretto il post, nel frattempo condiviso da 124 capre.)

Ma non è finita qui. Poco fa, mentre controllavo la posta elettronica, ho cliccato sulla newsletter di GreenMe, e cosa ho trovato tra gli articoli in evidenza? (0)
Speravo che almeno un sito “serio” come GreenMe riportasse i fatti correttamente, e invece…

Sentenza shock in Irlanda: un 27enne accusato di aver violentato una minorenne è stato assolto perché la vittima indossava biancheria “troppo sexy”, ovvero un perizoma.

SiLaDo_GreenMe

Anche in questo caso: zero fonti, e un fraintendimento totale degli avvenimenti. Il bello è che basta una ricerca su Google per trovare un mare di articoli sul caso, come questo, ad esempio:

https://www.independent.co.uk/news/world/europe/teenage-girl-underwear-rape-trial-cork-sex-latest-a8625871.html

o come questo, citato dall’articolo precedente:

https://www.irishexaminer.com/breakingnews/ireland/counsel-for-man-acquitted-of-rape-suggested-jurors-should-reflect-on-underwear-worn-by-teen-complainant-883613.html

che descrive abbastanza bene (scendendo anche troppo nei dettagli) l’incontro e quello che c’è stato tra presunta vittima e imputato.

Dal primo articolo si scopre che l’idea di tirare in ballo il capo di intimo indossato dalla presunta vittima a testimonianza non del suo consenso, ma della sua intenzione di procurarsi un incontro sessuale – o perlomeno di passare del tempo in intimità con un uomo -, era stata partorita dall’avvocato difensore dell’imputato – avvocato di sesso femminile. Non si tratta quindi della motivazione della sentenza di assoluzione, come invece erroneamente affermato dall’autore della pagina e dalla giornalista di GreenMe, e la cosa è chiara fin dal titolo (anch’esso comunque in parte mistificatorio): “L’intimo di un’adolescente considerato come prova contro di lei in un processo per stupro“. Anzi, potrebbe anche essere che l’osservazione del legale (“Does the evidence out-rule the possibility that she was attracted to the defendant and was open to meeting someone and being with someone? You have to look at the way she was dressed. She was wearing a thong with a lace front” – “La prova elimina la possibilità che lei fosse attratta dall’imputato e che fosse aperta ad incontrare qualcuno o a stare con qualcuno? Dovete osservare il modo in cui era vestita. Indossava un tanga con il fronte in pizzo”), che non era di carattere generale, ma riferita al caso particolare, non sia neanche stata presa in considerazione nell’elaborazione del verdetto finale!

I giudici (12, di cui 4 donne), come da prassi nella maggior parte dei processi per stupro, dovevano accertare se il rapporto sessuale (che tra l’altro secondo l’imputato non era stato neanche completo) avvenuto tra i due fosse consensuale o meno; impresa ai limiti dell’impossibile, soprattutto quando non ci sono testimoni o quando le testimonianze discordano tra loro!
Nel caso specifico, stando a quanto dichiarato dall’imputato, la passione era scattata in entrambi, ed era sfociata in una lunga serie di effusioni. Successivamente i due si sarebbero appartati in un vicolo e sdraiati.

E in questo scenario l’osservazione dell’avvocato acquisisce un senso! La biancheria intima indossata non si vede in condizioni “normali”, ma solo se viene mostrata. Che senso avrebbe mettersi un indumento intimo sexy per fare una passeggiata, o per andare a mangiare una pizza, o per andare a vedersi un film, ecc.? Un filo interchiappàle, poi, che lascia il sedere scoperto e si infila continuamente tra le natiche!
Come recita (male – “Sì” si scrive con l’accento) l’immagine che accompagna il post della pagina Facebook, il consenso non è qualcosa che si dà esplicitamente. Non è che uno chiede: “Posso?” e l’altro risponde: “Sì”, soprattutto quando la passione prende il sopravvento sulla ragione. Può capitare quindi che una ragazza che fino a un attimo prima “ci stava”, inizi a provare disagio, o che si penta in un secondo momento, e che quindi denunci l’accaduto come una violenza sessuale, nonostante, appunto, il consenso (implicito) iniziale e/o la pregressa voglia di provare un certo tipo di esperienza.

Purtroppo quando si parla di stupro si tende sempre a stare dalla parte della presunta vittima, ma sempre più spesso capita che si prendano dei granchi colossali. Ne sa qualcosa Brian Banks (1), ex-promessa del football americano, che si è fatto, neanche ventenne, 5 anni e 2 mesi di galera e 5 anni di libertà vigilata per un’accusa totalmente inventata, ma anche perché la presunta vittima, che lo aveva contattato su Facebook per “sistemare i conti col passato” – e probabilmente rimediare al grossolano errore del ragazzo, che, su suggerimento del suo ex-avvocato difensore, aveva scelto di non contestare le accuse, sperando di ottenere, in caso di condanna, non più di 18 mesi di detenzione, contro i 41 anni di pena massima in caso di contestazione e condanna – temeva che se avesse detto la verità pubblicamente avrebbe dovuto restituire fino all’ultimo centesimo gli 1,5 milioni di dollari che aveva incassato grazie a una denuncia fatta dalla madre contro la scuola, colpevole – secondo la signora – di scarsa sicurezza.

Purtroppo le donne, inconsapevolmente influenzate dalla (spesso incoerente) propaganda femminista che ha imperversato soprattutto negli anni ’60-’70, ma che continua a diffondersi in maniera forse più sommessa e più subdola a tutt’oggi, pensano di poter fare, quasi a titolo di risarcimento per i diritti loro negati per secoli, tutto quello che vogliono, sempre e comunque, godendo spesso dell’appoggio di maschi “interessati”. Non capiscono che nella testa degli esseri umani sono codificati comportamenti istintivi, e quindi “automatici”, che scattano in determinate situazioni. O meglio, lo capiscono (d’altronde è proprio sulla “seduzione” (2) che giocano gli spot che pubblicizzano capi di abbigliamento intimo, ad esempio), ma incoscientemente pensano che tali meccanismi si attivino soltanto nei maschi da loro puntati, e quando e dove esse desiderano. Purtroppo non è così.

Un tempo vestirsi in un certo modo era considerato reato. Perché? Proprio perché certe visioni (e atteggiamenti) “provocavano” (o tentavano) i maschi. Sarebbe bello se, per par condicio, questo reato fosse ripristinato, non per limitare la libertà delle donne di vestirsi come vogliono, ma per permettere anche ai maschi di rivendicare la propria libertà di poter sperimentare certi “meccanismi” solo al momento opportuno e con la persona giusta!

 

Per approfondire:

Il caso del “perizoma del consenso” è stato sollevato da una certa Noeline Blackwell (3).
La donna è un avvocato dei diritti umani e amministratore delegato (cif ecsèchiutiv per chi non capisce) del DRCC (Dublin Rape Crisis Centre, ovvero Centro di Crisi delle Rape di Dublino). In precedenza ha lavorato come Direttrice del FLAC (Free Lossless Audio Codec. No, magari! Free Legal Advice Centres – Centri per Consigli Legali Gratuiti) e come avvocato privato. E’ un membro della Commission on the Future of Policing (Commissione sul Futuro del Controllo). E’ stata membro di alcune commissioni di Organizzazioni Non Governative e di una commissione statutaria. Attualmente siede nelle commissioni del Comitato sugli Immigranti di Irlanda (Immigrant Council of Ireland) e dei Difensori di Prima Linea (Front Line Defenders).

Sicuramente da queste attività qualche soldo lo intasca, quindi è indubbiamente nel suo interesse sollevare polveroni del genere per convincere le donne a denunciare anche quando non c’è stato alcun reato, ma magari soltanto un’esperienza non all’altezza delle aspettative e/o una ca%%ata da dover giustificare ai proprii genitori…

Fonti:

(0) – https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/29483-stupro-perizoma-irlanda

(1) – https://www.dailymail.co.uk/news/article-2149462/Brian-Banks-One-time-football-star-rape-charge-dismissed-years-prison-accuser-contacts-Facebook-say-happened.html
(ma pare che contenga delle notizie “imprecise”. L’ho integrato coi seguenti:

https://www.snopes.com/fact-check/banks-wrongfully-convicted-rape/

https://fansided.com/2013/08/08/brian-banks-plays-in-first-nfl-game/

Purtroppo gran parte dei siti di quotidiani americani non sono consultabili dall’Europa per motivi che ignoro ma che posso immaginare.

(2) – https://www.etimo.it/?term=sedurre

(3) – http://www.drcc.ie/about-us/staff/

 

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A(v)volte ritornano: 2 – UN ispettore per gli ispettori ONU

Qualche giorno fa in un gruppo a cui sono iscritto ho trovato il seguente post:

È di questi giorni la notizia degli operatori Onu inviati in Siria e che perpetravano abusi di ogni sorta. Non sappiamo la portata delle accuse contro di loro, ma qualcuno ha aperto una breccia che non può passare sotto coperta. Se così fosse invece di inchiodarli ad una doverosa inchiesta perché mai mandarli da noi ? Da quale pulpito?? Verranno a farci la loro empia “morale” ?

Il post commentava un articolo (1) intitolato “ONU invia operatori anti razzismo in Italia: sono quelli che stupravano bimbi siriani”.

In effetti (2) il neo nominato Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Michelle Bachelet aveva espresso pochi giorni prima a Ginevra, in apertura del Consiglio, l’intenzione di inviare in Italia (e in Austria) degli ispettori che indagassero sul recente aumento degli episodi di violenza e razzismo. Ma cos’è ‘sta storia delle violenze sui bimbi???

Ecco la mia risposta:

Di questi giorni? Sono passati più di 7 mesi da quando la consulente umanitaria Danielle Spencer denunciò la situazione davanti alle telecamere della BBC, dopo aver effettuato uno studio sulla scorta di alcune confidenze che aveva ricevuto da alcune rifugiate in un campo profughi in Giordania 3 anni prima.
Se ci andiamo a cercare l’articolo scopriamo che le cose non stanno proprio come le riferisce “TG-QUOTIDIANO.COM” in una pagina punteggiata da annunci animati che raffigurano tizi grassi e pelosi che si battono il pancione tremolante e tante altre assurde schifezze che da sole bastano a far sorgere almeno un piccolo dubbio circa l’attendibilità delle notizie riportate.

Le violenze venivano perpetrate da rappresentanti dei comitati locali a cui l’ONU affidava gli aiuti, che poi alle donne e alle ragazze (non si parla di “bimbi”) che li andavano a prendere venivano elargiti in cambio di “favori” particolari.
La Spencer accusava l’ONU di aver chiuso un’occhio sulle violenze per fare in modo che gli aiuti arrivassero nel sud della Siria (probabilmente senza considerare che la zona fosse difficilmente accessibile per i mezzi e gli uomini dell’organizzazione).

Un portavoce dell’UNHCR rispondeva riferendo che già nel 2015, nonostante le accuse fossero incomplete, parziali e non confermate, erano stati presi provvedimenti, e che “la semplice idea che l’ONU possa in qualche modo controllare la situazione in una zona di guerra è piuttosto semplicistica e disconnessa dalla realtà di quello a cui un’operazione di aiuto somiglia in un conflitto aperto e violento”.

Fonte: https://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-43206297

Poi suggerisco di andare a leggere qualche cenno biografico su Michelle Bachelet (e di leggere le cronache di questi giorni, possibilmente non da TG-QUOTIDIANO.COM)…

L’autrice del post mi ha poi chiesto: “Quindi i fatti sono reali ma narrati dai media in maniera diversa?“; e io le ho risposto così:

Le violenze nei campi profughi mediorentali ci sono state, ma NON sono state compiute da operatori ONU. L’unica accusa che si può muovere all’ONU è di essersi affidata a (e fidata di) gente locale sconosciuta per la distribuzione degli aiuti nelle zone in cui i conflitti erano più violenti, ma l’ONU risponde che 1) provvedimenti erano già stati presi 3 anni fa quando le voci avevano iniziato a circolare; 2) era impossibile inviare personale proprio nelle zone a sud della Siria per l’infuriare dei combattimenti.
Inoltre le violenze venivano compiute ai danni delle donne e delle ragazze che andavano a prendere gli aiuti come “prezzo da pagare”. Sicuramente la cosa si sapeva all’interno dei campi, infatti tutte le donne – nell’articolo c’è scritto – che andavano a “rifornirsi” venivano “sospettate” di aver dato “qualcosa in cambio”.
Di violenze su bambini non si parla.

Ciò che ha fatto tg-quotidiano è stato prendere praticamente pari-pari un vecchio articolo riguardante presunti crimini compiuti da operatori ONU (come questo: https://www.panorama.it/news/esteri/siria-gli-abusi-sessuali-degli-operatori-onu-cose-successo/, tra l’altro copiato pari-pari, titoli dei paragrafi compresi, al netto della parte centrale), appiccicargli un titolo sensazionalistico e proporlo come “nuovo” per suscitare l’indignazione della gente e aumentare le condivisioni. Tanto le persone leggono soltanto i titoli…

Per rispondere in maniera più semplice (e diretta) alla sua domanda:
I fatti sono reali, ma vecchi – la notizia risale al 28 febbraio. Il sito tg-quotidiano, che spaccia bufale, e in maniera molto palese, l’ha ripescata collegandola in maniera forzata – ovvero con un titolo “falso” – a una notizia di questi giorni (il possibile invio in Italia di “ispettori ONU” anti-razzismo, per semplificare) al solo scopo di screditare l’ONU agli occhi del navigatore medio, e di suscitare quindi l’indignazione di quest’ultimo, indignazione che immancabilmente sfocia nella condivisione selvaggia, che genera visite al sito che si arricchisce con le pubblicità (se vogliamo definire tali quegli orrori di cui sono infarcite le pagine)…

Occhio alle bufale…

ONU_cens

(1) – N.B.: VI SCONSIGLIO VIVAMENTE DI CLICCARE – http://www.tg-quotidiano.com/2018/09/10/onu-invia-operatori-anti-razzismo-in-italia-sono-quelli-che-stupravano-bimbi-siriani/
(2) – http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/09/10/team-onu-in-italia-violenza-e-razzismo_9de98e13-3717-4c7a-8d44-c81ef61d4933.html

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A(v)volte ritornano: 1 – Il tazzista

Mentre in un momento di pausa scorrevo rapidamente i post nella mia Home di Facebook mi sono imbattuto in questa immagine (le censure colorate le ho fatte io):

02_Taka_cens

L’immagine era stata inizialmente condivisa da un tizio che non conosco, e poi “fatta girare” da un mio contatto. La prima cosa che ho pensato quando ho letto il post “fotografato” è stata: “Sicuramente è opera di un troll“.
Ho provato a risalire al post originale, ma su Facebook non ce n’era più traccia. Probabilmente qualcuno lo aveva segnalato e fatto rimuovere. Ho preferito non farmi troppe domande per evitare di perdere tempo, e ho proseguito la navigazione… finché il post non mi è di nuovo capitato sotto gli occhi, condiviso da un altro contatto. Ma la cosa curiosa è che l’autore “originale” era diverso!
Poco dopo ho trovato la stessa immagine condivisa da un altro mio contatto, ma presa da un post ancora diverso!

In pratica tre tizi, dall’aspetto di pseudo intellettuali “radical chic”, di quelli che cercano di crearsi un seguito a forza di post buonisti e carichi di indignazione, avevano trovato chissà dove l’immagine di un post “razzista” e  l’avevano condivisa con un commento personale come “didascalia”.

Uno di questi tizi, alla domanda circa il perché delle censure fattagli da un utente, affermava di aver “rieditato” in prima persona il post, e che sperava che fosse un fake. Ora non so cosa intendesse per “rieditato”: “edit” in inglese ha due significati:  “modificare” e “rivedere” (quindi non capisco perché cavolo la gente si ostini a utilizzare termini che hanno un corrispettivo in italiano senza capirne il significato, disorientando così il lettore! Ma lasciamo stare). Quindi lui avrebbe “ri-modificato” o “ri-riveduto” l’immagine. Più probabilmente intendeva dire che l’avesse “modificata”, ovvero che le censure le avesse messe lui. Ma è impossibile, perché l’immagine che ha condiviso è identica a quella condivisa dall’altro tizio.
Vedere per credere:

03_Capo_2_cens

Le censure sono identiche, anche a quelle sulla foto del post condiviso dal terzo contatto, che riporto qui di seguito:

01_Flavia_cens

 

Quindi questo tizio dice una balla!

A questo punto, seriamente inca%%ato, mi sono messo a fare delle ricerche più approfondite e ho scoperto che il post “fotografato” risale al 2016. Ne ero certo perché la notizia era proprio di quell’anno (e di quel mese). Come mai riemerge proprio adesso, e chi è stato a riportarla a galla?

Ho cercato inoltre di capire se il post non fosse stato modificato se non addirittura fabbricato ad hoc per far credere che provenisse effettivamente da Facebook.
A quanto pare è stato pubblicato per davvero, come dimostra il fatto che qualcuno, tramite un commento in uno dei post, abbia condiviso l’immagine priva di censure, ma le ricerche effettuate su Facebook non portavano ad alcun risultato: probabilmente il post era stato segnalato da qualche utente e successivamente rimosso dallo staff di Facebook.

Persa ogni speranza di ritrovare il post originale, mi sono messo alla ricerca di quello censurato per capire chi (e magari perché) l’avesse messo in circolazione. La risposta non si è fatta attendere:

Immagine_originale

Il post censurato costituiva il fulcro di un articolo (1) pubblicato a pochi giorni dagli eventi accennati nel post dal quotidiano online “L’estense”, che per primo aveva dato la notizia (3). L’articolo, con l’immagine in anteprima, era stato condiviso anche sulla pagina Facebook della testata (2) (tra i commenti si ritrova anche l’immagine non censurata, condivisa da una utente ma probabilmente catturata da qualcun altro). Il suo autore rivela anche il nome della pagina che per prima aveva pubblicato il post: “Generatore di immagini gentiste di bassa qualità”. La pagina non esiste più; per fortuna, perché verosimilmente era una pagina di troll. Lo si deduce dal tenore della roba pubblicata da una pagina che ne riprende il nome.

A questo punto non restava che capire chi fosse l’autrice del post originale, e dove lo avesse pubblicato (sul suo profilo o in un gruppo?).
Non sono riuscito a trovarne il profilo (col suo nome e cognome, sicuramente falsi, ce n’era più di uno), e non sono riuscito a rispondere neanche al secondo interrogativo, ma un commento presente nell’immagine originale non lascia dubbi circa l’intento dell’autrice: “trollare”.
Infatti un tizio commenta: “Hahahahaha hahahahahahah hahahahahah hahahahahah i tuoi post sono unici“, il che lascia supporre che la tipa non sia nuova a queste pratiche. Probabilmente il post nella pagina lo ha condiviso lei o qualcuno del suo “giro”.

Il meccanismo funziona: nell’immagine censurata – e solo in quella – infatti si nota il commento di un tizio che sostiene di essere un volontario presso un’associazione di soccorso. Questo tizio, in uno dei 3 post che contenevano l’immagine “censurata”, è stato “smascherato”, ovvero qualcuno ha scoperto e rivelato la sua identità. Ho dato un’occhiata al suo profilo e non mi sembra che stia tanto bene con la testa. Le sue tendenze fascio-naziste sono state sicuramente agevolate dai suoi apparenti disturbi, che lo hanno portato a cascare nella trappola ordita da Camilla.

Tutta questa indagine porta ad una conclusione ben precisa: il post con l’immagine censurata trovata chissà come è stato forse creato da qualche fighetto radical-chic per ottenere consensi cavalcando l’onda degli episodi di razzismo di cui sono piene le cronache di questi tempi, ma lo scopo di “Camilla” è piuttosto palese: infarcendo un episodio di cronaca di implicazioni razziste e discriminatorie esagerate, scatenare l’ira e l’indignazione dei commentatori dei social e suscitare liti furiose tra la varie “fazioni” per farsi due risate.
I troll si divertono anche ad irridere l'”ignoranza” o la scarsa familiarità con i social e/o le nuove tecnologie di persone con un basso livello di istruzione o soltanto particolarmente ingenue. Per questo sospetto che la riesumazione del post sia anch’essa opera loro (la pratica di riesumare vecchie notizie e di “attualizzarle” distorcendole è piuttosto comune tra i troll).

Ovviamente con questo post non intendo “criminalizzare” o “ridicolizzare” la gente che condivide certe cose, perché capisco l’indignazione che queste generano soprattutto nei più “sensibili”, e capisco la fretta di volerla esternare (a volte, purtroppo, solo perché ci sono altre migliaia di post da scorrere); capisco anche il desiderio di mettersi dalla parte dei “buoni”, non sempre e solo per fare bella figura, ma anche per prendere “pubblicamente” le distanze dai “cattivi”. Ma non sarebbe più efficace e lungimirante fermarsi a riflettere, e magari tentare di produrre e condividere qualcosa di “originale”?

 

POST SCRIPTUM:

In coda al post riporto i punti salienti dell’episodio di cronaca citato nell’immagine e tenterò di fare qualche riflessione SERIA e IMPARZIALE sull’accaduto.
A tale scopo mi affiderò al seguente articolo:

https://www.estense.com/?p=560439

Lunedì 11 luglio 2016 poco dopo le 9 un’operatrice del centro Donna Giustizia di Ferrara, di professione mediatrice linguistico-culturale, recatasi in un centro di assistenza ubicato nei pressi della stazione ferroviaria che in quel periodo ospitava delle ragazze richiedenti asilo, si offre di aiutare una delle ospiti, di nazionalità nigeriana, che lamenta dolori addominali talmente forti da impedirle persino di reggersi in piedi.

Qualcuno suggerisce che la ragazza vada condotta urgentemente dal medico di base per una visita. La mediatrice allora l’accompagna a fatica nel piazzale di fronte alla stazione per prendere un taxi fino all’ambulatorio medico.

La domanda nasce spontanea: se la ragazza non poteva muoversi, perché portarla “a fatica” nel piazzale? E perché recarsi dal medico di base (che oltretutto nei casi più gravi può anche essere convocato al domicilio del paziente)?

Ma andiamo avanti. L’operatrice scorge un taxista e gli chiede di effettuare la corsa, ma questi si rifiuta “in maniera molto sgarbata” aggiungendo che il suo taxi non è un’ambulanza e che lui non è un medico. L’operatrice risponde che “la richiesta non era certo di curare la ragazza ma solo di accompagnarle dal medico di base presso l’acquedotto, così come da dovere di un autista che svolge un servizio pubblico cittadino“.

Il tassista è irremovibile, e l’operatrice, che avrebbe potuto chiamare un altro taxi, fa l’unica cosa sensata che avrebbe dovuto fare fin dall’inizio: chiamare l’ambulanza. “Dopo ore di attesa” la ragazza viene visitata e dimessa con una diagnosi di gastrite, “riscontrabile anche dal medico di base se il tassista si fosse prestato ad accompagnarla presso il suo ambulatorio” (parole dell’operatrice, probabilmente).
L’operatrice torna sul piazzale dei taxi e prende nota dei dati per redigere una segnalazione.

L’articolo riporta tutti gli articoli del regolamento comunale per lo svolgimento del servizio che il taxista avrebbe violato, ed elenca i casi in cui un conducente di taxi può negare il servizio a qualcuno, concludendo che il caso in oggetto non rientrava in nessuno di essi.

Il Centro quindi conclude ipotizzando che “vista la nazionalità dell’operatrice e della ragazza, entrambe nigeriane, […] tale comportamento e inadempimento ai propri doveri sia dovuto ad una evidente discriminazione etnica“.
Come se non  bastasse, il Centro ritiene opportuno segnalare il fatto “anche all’amministrazione comunale e alla direzione generale dell’ Ausl, in quanto” ritiene che “ci sia stata una induzione di spesa sanitaria impropria con l’uso della autoambulanza, sicuramente sottratta a casi più urgenti“.

Ma se il caso era urgente non era appunto più opportuno rivolgersi direttamente al Pronto Soccorso? Oltretutto chi arriva in ambulanza viene registrato come codice rosso e ha la precedenza su tutti! Non viene specificato il motivo per cui la ragazza abbia atteso così tanto prima di ricevere le cure, ma è facile supporre che gli operatori del mezzo di soccorso, tra cui sicuramente c’era almeno un medico, l’abbiano visitata subito. Il medico di base magari l’avrebbe fatta aspettare in sala d’attesa, e senza visitarla prima, ovviamente, e non è escluso che l’avrebbe mandata comunque al Pronto Soccorso se le sue condizioni fossero state davvero così gravi come l’operatrice e il personale del Centro ipotizzavano!

Il Centro si para le (s)palle affermando, per bocca delle sue operatrici, che “è cosa usuale utilizzare i taxi per evenienze di questo tipo” (usuale per chi?) e che “fino ad ora non erano mai incorse in atteggiamenti razzisti” (appunto…).
Leggendo i commenti sotto al post originale (2) si scopre che la zona della stazione è praticamente una centrale dello spaccio, e che a farla da padroni sono proprio i nigeriani… Lo stesso presidente del consorzio Taxi (1) suggerisce che il collega “non poteva sapere se la diciottenne non fosse ubriaca” (‘erano le nove di mattina‘, precisa il giornale, come se di mattina non ci si possa sbronzare) “o non avesse ingerito ovuli di droga” (‘in quel caso si dovrebbe supporre anche la complicità della mediatrice‘ (cit.). In effetti… E’ tanto improbabile?) (N.B.: I grassetti sono della fonte).

Secondo il giornale invece queste “giustificazioni” addotte dal presidente avvalorerebbero l’ipotesi di una connotazione “razzista” del rifiuto, e l’articolista si chiede se a un “bianco” sarebbe stato riservato lo stesso trattamento. Si potrebbe rispondere che se ci fossero anche spacciatori bianchi in zona probabilmente sì, ma il rischio di passare per “razzisti” c’è anche in questo caso!
Ragionando in questo modo sarebbe lecito chiedersi se l’aggravante del razzismo sia da addurre anche nel caso di Pamela, la ragazza uccisa (secondo l’accusa), fatta a pezzi, messa in due valigie e occultata da uno (secondo il presunto assassino) o due (secondo l’accusa) spacciatori nigeriani dopo aver subìto violenza (secondo l’accusa)… Magari se fosse stata “nera” non le avrebbero riservato lo stesso trattamento…

Insomma, non se ne esce, e non se ne uscirà finché si continuerà a strumentalizzare politicamente episodi del genere, e finché le persone continueranno a scannarsi tra di loro o a farsi belle anziché riflettere autonomamente e obiettivamente su ciò che accade!

 

(1) – https://www.estense.com/?p=561087
(2) – https://www.facebook.com/estensecom/posts/dopo-il-caso-taxi-raccontato-da-estensecom-lepisodio-del-tassista-ferrarese-che-/1189431014440883/
(3) – https://www.estense.com/?p=560439

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Mohamed e i surfisti della democrazia

In questi giorni le navi dei migranti, solcando in gran numero e a pieno carico il Mediterraneo soprattutto nel tratto Libia-Italia (sola andata), stanno dando origine ad ondate di buonismo mai viste prima, a fare da contraltare ai proclami del ministro degli Interni che vorrebbe rimandare tutti a casa o farli approdare sulle coste di qualche altro Stato europeo.

E proprio a cavallo di quest’onda gigantesca è giunto nei giorni scorsi un post riguardante un certo Mohamed,

[…] sudanese 47enne, […] morto “di pacchia ” sotto il sole cocente per 2€ all’ora a Nardó : stava raccogliendo pomodori .
Che culo ha avuto quell’ italiano a cui aveva rubato il lavoro…

(A. P. II)

 

Mohamed_1_mod

Il post “originale”

A parte i soliti orrori grammaticali, stavolta ben nascosti (l’accento acuto sulla “o” di Nardò e gli spazi prima delle virgolette e dopo l’apostrofo), scopriamo (cioè “scopro”) innanzitutto che si tratta di una notizia vecchia, risalente a ben 3 anni fa, come si evince dalla fonte originale, non citata nel post ma facilmente rintracciabile (da chi ha voglia di rintracciarla, ovvero non dagli “sditatori” seriali dei social):

http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/07/21/news/lecce_bracciante_muore_mentre_lavorava_con_40_la_procura_indaga_forse_era_in_nero-119525231/

La fonte non riporta l’ammontare del compenso orario percepito da Mohamed, ma evidenzia una cosa che l’autore del post ha omesso: l’uomo, in possesso di un permesso di soggiorno da richiedente asilo, lavorava senza contratto, così come i due operai stranieri che gli avevano prestato i primi purtroppo vani soccorsi, e a differenza di un altro gruppo di lavoratori, “in regola con il contratto, ma non con altre norme sulla sicurezza sul lavoro“.

Altra cosa interessante da notare è che il caporale che faceva da intermediario tra i “lavoratori” e gli imprenditori proprietari del campo era di nazionalità sudanese, ovvero anche lui sarà arrivato in Italia a bordo di un “barcone”.

Molti dei “surfisti” buonisti che hanno cavalcato l’onda dell’indignazione che imperversa in questi giorni nel mare magnum dei social hanno condiviso il post per dimostrare che i migranti che rischiano la vita per traversare il Mediterraneo in realtà non rubano il lavoro a nessuno, perché nessun italiano sano di mente si metterebbe a raccogliere pomodori per 2 euro all’ora sotto il sole cocente che picchia sui campi della Puglia.
Ma grazie al ca…ldo! Il punto è proprio questo: nessuno dovrebbe accettare condizioni di lavoro del genere, neanche i migranti!

Chi li apprezza per il loro stakanovismo è semplicemente complice del loro sfruttamento! Se non ci fosse tutta questa “manodopera” (non esseri umani, ma “manodopera”) gli imprenditori col piffero farebbero i soldi che fanno! Sarebbero costretti a chiamare operai “professionisti”, a metterli sotto contratto e a farli lavorare in condizioni di sicurezza e con orari e stipendi  e contributi adeguati! Non ci sarebbe più bisogno di caporali che sanno dove pescare i disperati, né di traghettatori che lucrano su questa versione moderna delle deportazioni coloniali di massa; e allora sì che gli italiani (ma anche gli stranieri in regola con i permessi) lavorerebbero, e l’economia “girerebbe” come si deve!

In ogni caso, al commentatore medio da social affetto da buonismo cronico e con una bassisima soglia dell’indignazione sfugge il reale senso della decisione di Salvini di chiudere i porti italiani alle navi delle ONG: non è un rifiuto all’accoglienza, in Q10 alla Germania che ospita sul suo territorio una percentuale di migranti rispetto alla sua popolazione totale superiore alla nostra. Questo dato è stato diffuso proprio per confondere le idee agli sditatori seriali – che non sanno fare neanche 1+1 senza calcolatrice -, come l’indovinello della maglietta acquistata con i soldi dei genitori e dell’euro in più che avanza alla fine. Il problema non è il migrante che, una volta identificato e aver ricevuto lo stato di rifugiato, sceglie il Paese in cui recarsi (in treno/autobus/aereo e con un titolo di viaggio valido) per rifarsi una vita; il problema è la massa umana che sbarca sulle coste più vicine (casualmente nella gran parte dei casi quelle italiane), che va accolta, soccorsa, rifocillata, ospitata, identificata ed eventualmente anche respinta. Tutte operazioni che richiedono risorse umane ed economiche non indifferenti e che l’Italia si sta sobbarcando praticamente da sola, nel disinteresse più totale dell’Europa!

Dubito inoltre che i surfisti da social riflettano su quello che c’è dietro questo flusso umano ininterrotto dall’Africa (anche perché, come ha detto qualcuno che preferisco resti anonimo: “Quest’anno gli sbarchi sono diminuiti!”); nessuno pensa che possa esserci qualche organizzazione che lucra sulla disperazione di queste persone (quando non le costringe con la forza), sia in Libia (l’unico Paese nella storia in cui, nonostante la presenza di ben due Governi, regni l’anarchia più totale) che nei Paesi di origine (la maggior parte dei governi africani sono corrotti, chissà da chi).

E’ anche possibile che la decisione del Ministro possa essere stata in parte ispirata dal substrato vagamente razzista e “nazionalista” che ha sempre caratterizzato l'”ideologia” leghista, com’è vero che Salvini, così come i suoi colleghi di partito, si abbandoni spesso ad uscite non molto felici. Ma chissà se i buonisti da tastiera hanno mai dato un centesimo ai questuanti che si posizionano all’uscita dei supermercati o delle chiese (ma anche l’elemosina è puro assistenzialismo); e chissà che cosa pensano della Francia, che gli immigrati li respinge, e pure a suon di mazzate, o dell’Ungheria, della Polonia, della Cechia e della Slovacchia che non li vogliono proprio.

E’ facile fare i buonisti con la vita degli altri. Salvini è stato l’unico politico a strizzare le palle all’Europa quando le ha avute in mano, e di questo bisogna dargli atto. Nel caso dell’Aquarius, l’Italia ha anche fornito personale medico e armato per “ripagare” i migranti del disagio di un viaggio un po’ più lungo.
Nonostante questo il ministro è stato accusato di giocare con la vita di queste persone; ma sono proprio loro le prime a farlo nel momento in cui decidono di (o vengono costrette a) partire! Conoscono molto bene i rischi a cui vanno incontro, e se decidono di andare fino in fondo è perché sentono di non avere alternative. Ma non è quello che fanno anche i kamikaze, che si lanciano contro il nemico per travolgerlo? Non è giusto che sia tale “nemico” a subire la disperazione di persone che non hanno voluto sforzarsi di trovare una via d’uscita magari più scomoda ma anche più sicura da attraversare, e che sbuca su un futuro più soddisfacente per tutti!

L’Africa è grande: perché i migranti tengono così tanto ad attraversare il mare? Che cosa li spinge, e in massa? La prospettiva di una futura riunificazione famigliare in un Paese più vivibile? Ma è possibile che l’Africa si svuoti, e in Italia o (nella migliore delle ipotesi) in Europa?

Mi piacerebbe che la gente riflettesse su queste questioni piuttosto che pavoneggiarsi sui social nel suo inutile buonismo…

 

P.S.: Avevo scritto questo post ieri sera. Poi ho visto “Cartabianca” su Rai3, che ha parlato praticamente dello stesso argomento in termini più o meno simili a quelli del mio post, facendo addirittura l’esempio dei raccoglitori di pomodori! La cosa mi ha fatto un po’ inca%%are, perché così sembra che io abbia “copiato”, quando in realtà avevo semplicemente preferito non pubblicare due post nello stesso giorno…

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I Contenuti

Ho appena letto questo articolo: http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2018/06/24/da-instagram-a-fb-social-assaltano-tv_c486b2f8-db7f-4361-88cd-c8a579a0b192.html

In sintesi: i giovani trascorrono più tempo sui social che davanti alla TV (scommetto che è il risultato di uno studio inglese – in realtà è il frutto di un’indagine della GlobalWebIndex), e sono attratti soprattutto dai video, in primo luogo perché possono interagire con i loro creatori.
Per ben tre volte ricorre la parola “contenuti“.

I “contenuti” in pratica sono la roba con cui gli utenti alimentano i social. Essendo prodotti da persone “normali” (gli utenti stessi) sono spesso delle grandissimi e inutili “ca*ate”, e vengono apprezzati dalle masse proprio perché, a causa del loro scarso valore culturale e intellettuale, richiedono l’attivazione di un numero irrisorio di neuroni. Questo spiega ad esempio il successo di F. M., che, approdato in tempi recenti in TV e perfino sul grande schermo, aveva esordito appunto caricando le sue scoregge su YouTube. Quindi sì, a titolo di esempio, le scoregge di M. sono un “contenuto”, di YouTube.

Il fatto che la gente si rincretinisca guardando questa spazzatura – che soverchia rendendoli praticamente invisibili i pochi “contenuti” utili e interessanti – non impensierisce nessuno, tant’è vero che YouTube ha deciso di permettere “agli youtubers con almeno 100mila iscritti […] di lanciare un abbonamento premium dal costo di 5 dollari al mese“. Ovviamente ci guadagna anche YouTube.

Cosa fa la televisione nel frattempo? Anziché combatterla in quanto “concorrente”, rincorre questa tendenza inserendo i social nelle sue trasmissioni: durante l'”EuroFestival” la Rai trasmetteva i tweet degli spettatori; “Il Collegio” ha praticamente sdoganato Instagram tra i giovanissimi contribuendo al suo sorpasso su Facebook; in generale molte trasmissioni (“Chi l’ha visto?”, “Cartabianca”, “Quarto Grado”, ecc.) mandano in onda i tweet o i commenti Facebook degli utenti dando loro la stessa importanza che prima si dava all’intervento di un ospite qualificato in studio o in collegamento; praticamente tutte le trasmissioni e i personaggi televisivi hanno le loro pagine Facebook o un account su Twitter/Instagram.
Insomma, la televisione ha preso atto dell’importanza sempre crescente che il pubblico dà ai social, e cerca di sfruttarli a sua volta per guadagnare spettatori (e quindi soldi dalla pubblicità).

La televisione, ovvero l’ultimo baluardo contro l’ignoranza e la stupidità dilaganti, sta cedendo alla sua nemesi, e questo è molto preoccupante!
Mentre per realizzare un programma televisivo ci vuole un progetto che viene successivamente (in teoria) visionato da una commissione di esperti e, in caso di autorizzazione, realizzato da professionisti (autori, scenografi, registi, conduttori, o attori, ecc.), i “contenuti” dei social possono essere realizzati da chiunque, senza alcun costo, senza alcun vincolo, nella più totale anarchia! Questo anche perché la creazione di “contenuti” da parte degli utenti è uno degli scopi principali che gli ideatori dei social cercano di raggiungere, per creare delle “piattaforme” che si autoalimentino e che producano $0£D¥ in autonomia e a getto continuo. Gli utenti creano, gli utenti visualizzano, gli utenti mettono “mi piace”, gli utenti si iscrivono, gli utenti pagano… e i magnàti mègnano!

Ho sempre odiato la TV, ma sono costretto a riconoscere che ora come ora potrebbe essere l’unica arma in grado di contrastare il dilagare di tanta ignoranza, se si desse come compito primario la diffusione della cultura, dell’educazione e di valori positivi tra i giovani, contemporaneamente demonizzando i social ed eventualmente mostrandone i lati più negativi (cioè tutti).
La TV di Stato in particolare dovrebbe autoinvestirsi di questa missione, come fece negli anni del secondo dopoguerra ad esempio insegnando la lingua italiana a chi, poveri e anziani in primis, non aveva avuto la possibilità di frequentare la scuola, anziché puntare su pubblicità e intrattenimento (ovvero a tenere gli spettatori incollati allo schermo spesso per ore e fino a tarda notte all’unico scopo di far loro assistere agli “annunci” – tra l’altro sempre più beceri e irritanti – di cui le trasmissioni sono infarcite). Con tutti i canali di cui adesso dispone potrebbe tranquillamente imporre un nuovo modo di fare televisione, più a favore delle “masse” e della cultura che dei padroni e dei “consumi”; se solo lo volesse, appunto…

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Ambara Bà Ciccì Coccò, tre maglioni sul comò (975 euro! Alla faccia dello Stallo Sociale…)

Stamattina mi sono imbattuto nel seguente articolo:

https://www.huffingtonpost.it/2018/05/02/le-polemiche-per-il-pullover-da-325-euro-di-ambra-angiolini-ecco-i-comunisti-sul-palco-del-concertone_a_23425291/

Cavolo… E io che, vedendo di sfuggita Ambara al Concertone, avevo pensato: “Ma che maglione di m***a!”
Che ignorante che sono! Chiedo scusa ai komunisti duri e puri che si accorgono di questi dettagli e li denunciano!

No, seriamente parlando: ma davvero la gente si lamenta per un maglione indossato da una presentatrice? Oltretutto non è detto che il capo sia suo. Magari le era stato imposto dalla produzione per onorare il contratto con uno sponsor.
Ma anche se non fosse così, da che mondo è mondo la società è divisa in classi. Ambara non è certo una morta di fame, come non lo è chi lavora in TV, soprattutto se fa il presentatore/la presentatrice. Ciò non toglie che non possa essere solidale con chi non è stato altrettanto fortunato (perché di fortuna si tratta, almeno nel suo caso) ed è costretto a barcamenarsi per trovare una fonte di reddito stabile e decente.

E i “Lo Stallo Sociale” allora, che cantano di gente che vorrebbe sbarazzarsi del giogo delle 8 ore di lavoro quotidiane, avranno mai lavorato in vita loro? Forse, ma senza dubbio adesso stanno facendo (verosimilmente sempre grazie a un colpo di “fortuna”) ciò che hanno sempre desiderato fare, cosa che non può dire, ad esempio, un operaio della PIAT, costretto a ripetere per ore sempre gli stessi movimenti, o un lavoratore di Ammazzon, che ogni giorno deve scegliere tra le mutande ca*ate e il licenziamento.

A quanto pare il “Divide et impera” dei Romani funziona ancora: il capitalismo punta a dividere, a mettere in competizione tra loro le persone, per controllarle meglio. Spinge ciascuno di noi a credere di essere il migliore, e che gli altri siano feccia da combattere e sconfiggere.

Se la gente studiasse la storia… Saprebbe, ad esempio, che non solo i comunisti si sono estinti da decenni, ma anche che il comunismo in senso stretto (ovvero “Leniniano”) non è mai stato messo in pratica, neanche quando su iniziativa dello stesso Vladimir Il’ic furono fondati i primi partiti “Comunisti”.
L’idea di dedicare la giornata del Primo Maggio ai lavoratori fu lanciata nell’ambito della Seconda Internazionale (organizzazione fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) alla fine dell’800 sulla scia della strage compiuta in quello stesso periodo di qualche anno prima dalla polizia di Chicago, che sparò sulla folla a seguito del lancio di una bomba, che aveva ucciso 6 poliziotti, durante una manifestazione di anarchici che protestavano contro la sanguinosa repressione – ad opera delle forze dell’ordine – di uno sciopero indetto alcuni giorni prima dagli operai di una fabbrica che produceva macchine agricole.
Pare che la festa sia nata con lo scopo di ricordare in particolare la battaglia per la riduzione e la “standardizzazione” della durata della giornata lavorativa a 8 ore.

Tra parentesi, il popolo francese è riuscito di recente a far approvare una legge che riduce le ore lavorative giornaliere addirittura a 7, mentre gli italiani passano le feste, Primo Maggio compreso, a fare shopping al Centro Commerciale (perché non hanno di meglio da fare). E’ così che acquisiscono la capacità di capire il prezzo di un maglione semplicemente guardandolo, capacità che si rivela fondamentale per smascherare i finto-komunisti come Ambara e smer*arli su Fesbuc per il bene dell’umanità.

E del Primo Maggio 2018 questo resta sulla rete. Né più né meno.
Non una riflessione sull’articolo 4 della Costituzione Italiana, che dai tempi della stesura del documento è rimasto lettera morta, nel silenzio assordante dei sindacati e dei fantasmi dei komunisti; non una riflessione sullo sviluppo insostenibile, che contrasta con la presunta necessità di creare nuovi posti di lavoro (per fare che?); non una riflessione sul tempo che i lavoratori sprecano per fare cose inutili e dannose (v., giusto a titolo di esempio, l’ILDA, o le fabbriche di armi). Non una riflessione! Soltanto la solita rissa mediatica che lascia alle scimmie italiane la sensazione di aver lottato – e trionfato, sommersi dai “mi piace” – contro il badrone cattivo. Il giorno dopo tutti a lavorare fino a tardi, altrimenti col cavolo che si possono permettere la pizza, la discoteca, la TV, Netsprix, Sgai, le PARTITE!!! (etc.)

 

N.B.: Ogni riferimento a fatti, persone, popoli, partiti e nazioni reali è puramente casuale.

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L’angolo del buonumore (o, se vogliamo, l’Effetto Pecora spiegato alle pecore)

Poco fa ho visto nella mia pagina principale (“Home” per gli anglofili) di Facebook, condivisa da un mio (forse tra poco “ex”) contatto, la seguente “vignetta”:

Buddha

L’immagine è stata presa dal profilo di un tizio che non conosco – che probabilmente l’ha scippata (non “shippata”, altro termine che mi sta sui co…) da qualche pagina “umoristica”, come il logo in filigrana (“watermark” per gli ignoranti) lascia supporre – e poi condivisa da 14879 persone, apprezzata da 1450, commentata da 541 (tra i commenti ci sono anche varie “etichettature” (“che ignorante! Si chiamano “tag””! Ditelo), altro vizio che mi irrita terribilmente, perché mi fa pensare che la gente non abbia idea di come si condivida un post in privato né di quanto possa dare fastidio vedere il proprio nome appiccicato su un commento di un post senza aver prima dato il proprio assenso).

Insomma, circa 15000 (finora) persone non sanno che Buddha fosse un monaco, e hanno diffuso con un semplice click e una risata (scaturita dalla loro insospettata ignoranza) una “notizia” falsa, che produrrà ulteriore ignoranza (e risate, che vanno sempre a braccetto con l’ignoranza – e la stupidità).

Probabilmente la maggior parte di loro di Buddha aveva solo sentito parlare di sfuggita, e non si era posta la questione della sua natura. Una battuta del cacchio ha poi convinto queste persone che Buddha fosse un Dio, e loro neanche si sono prese la briga di verificare. Si sono fidate, come fanno le pecore del pastore. Peccato che in questo caso il pastore fosse una capra…

Be’, l’effetto pecora è questo. (Non il “Be'”…)

 

P.S.:

Buddha_comm_2_mod

 

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